di Giampiero Casoni
Sul piatto della nostra coscienza collettiva ballano ancora tanti temi, quasi tutti legati alla tridimensionalità della questione Coronavirus. Vale a dire quella ruvida concretezza che da sempre, in vulgata e in obiettività, si accompagna a cose urgenti come le malattie o addirittura le pandemie. E il mantra è quello, incontestabile, per cui se stiamo parlando di una cosa che uccide o attenta alla salute di un popolo in maniera massiva, allora null’altro va esaminato se non il bisogno primario di debellare quella cosa. Diciamo vabbuono, scansiamo la socera da dietro il computer e datemi un amen.Niente se non la suprema necessità che deve portare un sistema complesso come una società nazionale a sconfiggere il male. O ad evitare il suo fatale colpo di coda. E fin qui sarebbe eresia anche solo azzardare un’obiezione. La facciamo schietta: è compito dei governi imporre rinunce e dei governati accettare quelle rinunce come viatico per una vita migliore. E soprattutto come prova provata del fatto che esista una coscienza collettiva, una Ragione Superiore agli individualismi. E’ talmente bello che sembra quasi vero. Perché in gran parte non lo è. Comunque non lo è soprattutto per quelli che, oltre che contro Covid, stanno combattendo ormai da quasi un anno anche contro quello che Covid sta facendo alle loro vite. Sono le decine di migliaia di italiani che sono parte di coppie stabili ma non conviventi. Gente scorticata nell’anima che da mesi mettesentimenti, forza e logistica di quelle scelte a servizio di una Suprema Ragione. E attenzione: sulle bocche delle coppie che condividono lo stesso tetto certe rinunce diventano Verbo Solenne. E spacconata ipocritissima. Perché è molto mainstream abbaiare convinti e seri che le restrizioni di ora serviranno a disegnare il roseo futuro di domani, quando ci sentiremo tutti eroi post apocalittici grondanti del sudore di quello a cui abbiamo saputo stoicamente rinunciare. E’ bello nella misura in cui di abbaiare si tratta, di una cosa cioè che consente di surfare l’onda lunga dei grandi afflati etici senza rimetterci poi chissà che. Anzi, magari per molti di loro la condanna è ‘al contrario’: escansiamo la socera da dietro il computerperché è chiaro che è l’unica cosa che potrebbe farci guardare Covid con amore.Mettersi invece nei panni di ‘quegli altri’ ridurrebbe e di molto la canea. Perché significherebbe avere già centellinato 320 giorni in cui ogni attimo, ogni scelta, ogni paura e telefonata, ogni litigio, ogni nostalgia di attimi già prima risicati, ogni sgroppata legislativa emergenziale sono andate a rodere animo e saldezza di coppie che già si guardavano da lontano e da lontano si amavano. E riuscendo magari a vedersi una tantum in un paese beota che quelle coppie le sbriciola da sempre. Le schiaffa cioè a tenaglia fra spocchia cattolicheggiante e povertà. E’ una povertà che impedisce loro di mettere un tetto comune sulle loro teste ma che li fa eroi veri, uomini e donne che danno polpa alla scelta dell’altro come nessuno o quasi. Di certo non diquelli che asseriscono seri che si, il lockdown va bene e poi intorno hanno moglie, prole (se snetite latrare e tintinnare catene in tinello è la socera) televisore a 180 pollici e numero del delivery food service. E siccome viviamo in un paese che deve mettersi ogni giorno la faccia di Kennedy pur avendo già da secoli preso casa sul pianerottolo di Giucciardini, quando accade che il governo paventa una nuova stretta partono i soloni social. E proclamano coi menti rincagnati nelle pappagorge serie che no, non ci si deve muovere perché sennò “ammazzi nonno” o perché “lo shopping a via del Corso proprio non serve, ora!”. Beh, ci spiace deludervi, mastodontiche teste di cazzo, ma noi a via del Corso a fare shopping non ci andavamo manco prima. Eravamotroppo impegnati a cercare un bilocale e un locatario che non ci tirasse via sei litri di sangue schietto. Noi siamo quegli ultimi fra gli ultimi che lottano non solo contro il virus, ma anche contro quello che il virus sta facendo alle loro vite e che nessun bonus potrà mai sanare. Siamo la gente dimenticata con la paura orribile e paradossale di salvare la vita ma di perdere di vista ciò che a quella vita dava senso. Gente onesta, che non la mette in logorrea social, che non può derogare da ‘el suo particulare’. Genteche dal pianerottolo di Guicciardini non si è mai mossa, e che quando iniziate ad abbaiare si tura le orecchie, prende l’Amuchina e aspetta che passi. Non solo che passi il virus, ma che passiate pure voi.
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